Direkt zum Inhalt

Guardare? Vedere?

Cara lettrice e stimato lettore,
oggi, mi sono alzata con le lune di traverso e, quando questo accade, vuol dire che sono in vena di sprechi! Nel nostro caso, mio e vostro dico, lo spreco si riferisce proprio al numero delle sillabe che batto sulla tastiera del mio vetusto computer. Sai di quelli che rifiutano i figli, perché ne vogliono uno “più moderno”?

E quindi eccomi qui a dire parole indirizzate ai lettori sia al femminile che al maschile, nella speranza che qualcuno si compiaccia di completare con un proprio intervento gli spunti di riflessione da me offerti.

Quindi, miei cari, iniziamo con qualche ricordo bello, che ha allietato la vostra vista e la vostra mente, durante una qualsiasi vacanza.

Tornati al “lavoro usato”, ahimè, nella rievocazione, la visione delle belle cose, un paesaggio di Manet, il David di Michelangelo o i bronzi di Riace o il duomo di Milano o l’Ultima cena di Leonardo e così di seguito, assumono un’altra prospettiva. Eppure le cose, i paesaggi, le opere sono e sono state lì, ma siamo noi nel momento in cui guardiamo a “riempirle” di senso.

E per tornare al nostro discorso sull’arte, una volta che l’artista ha finito l’opera, essa non gli appartiene più, sarà del fruitore, esposta al suo sguardo.

A sua volta questi, a seconda della propria cultura, del momento in cui guarda l’opera ne darà una interpretazione soggettiva.

Ritengo che sarà capitato a tutti di vedere un paesaggio, un oggetto, un’opera e di ricordarli in un certo modo. Poi, tornando a osservare le stesse cose, queste potranno assumere una dimensione visiva e concettuale diversa, migliore o peggiore rispetto alla prima volta.

Ecco, cara lettrice e caro lettore, cosa significa in parole terra terra la qualità dello sguardo, che gli psicologi chiamano “vedere” e non solo gli psicologi, anche tanti altri, dai filosofi agli artisti, dai letterati ai musicisti e così via elencando.

E volete sapere (e anche se non la volete sapere, ve la dico lo stesso con un gesto di dolce prepotenza) una notizia alquanto singolare?

Il famoso pittore Kokoschka, uno dei padri dell’espressionismo austriaco, che insegnava a Salisburgo, aveva intitolato la sua Accademia: “Scuola del vedere”.

La dizione sembra strana, se si pensa che era riservata ai pittori!

E se non vedono loro?

Infatti, Kokoschka diceva ai suoi allievi di alzarsi ogni mattina e guardare l’attorno sempre con occhi diversi, sempre con “meraviglia”, per vedere… cosa?

Riflettiamo un attimo e controlliamo se ciò è tanto paradossale, come sembrerebbe di primo acchito.

Tutti guardiamo il mondo che ci circonda, ma vediamo veramente le cose?

Scommetto che se incontraste me per la strada e mi salutaste, giunti a casa non ricordereste di che colore era il mio vestito.

In realtà, mi avete solo guardata ma non vista!

Ricordo di aver letto tre grossi tomi intitolati “A scuola dallo sciamano” di un certo Carlos Castaneda, il quale raccontava di una sua esperienza durata circa dieci anni presso uno sciamano messicano yaqui, Don Juan, che gli insegnò a “vedere” quelle forze della natura celate in noi e che noi non scorgiamo, perché siamo condizionati dalla razionalità e dalla superficialità nell’osservare ciò che ci circonda.

Ecco cosa vuol dire “qualità” dello sguardo, che gli psicologi chiamano “vedere” e non solo gli psicologi, anche tanti altri, dai filosofi agli artisti, dai letterati ai musicisti e così elencando.

Ecco perché si dice che gli scrittori, i compositori, gli artisti, i creativi insomma sono dei privilegiati, perché il loro sguardo è diverso dal nostro, comuni mortali.

Teniamo presente, inoltre, qualcosa di molto semplice all’apparenza.

Il procedimento degli artisti, nell’indagare il mondo, è come il nostro, perché, come noi, hanno occhi per guardare e orecchie per ascoltare, ma, ma… poi nel connettere le cose le une con le altre trovano soluzioni inedite e ci fanno vedere una realtà diversa da quella usuale e cioè da quella che percepiamo noi.

 

Lo sguardo dell’artista

La persistenza della memoria - Salvador DalìRicordate o se non lo ricordate osservate l’immagine a lato. Questo è un quadro famosissimo di Salvator Dalì: “Gli orologi molli”, altrimenti detto “La persistenza della memoria”.
Dite la verità a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente di dipingere un orologio a quel modo.

La scena è misteriosa e ambigua: lo spazio è occupato da orologi flessibili, quasi a sottolineare come il tempo, quello della memoria, non abbia niente a che fare col tempo lineare, col tempo cioè dell’orologio, che scorre minuto dopo minuto. Infatti, se vi facciamo caso, dentro di noi la percezione dello scorrere del tempo è diversa a seconda se gioiamo, per cui esso sembra scorrere in un fiat, o soffriamo non scorrere mai. Tra l’altro, il paesaggio rappresentato nel quadro è estremamente arido e vi contrastano un feto-mostro e un bellissimo gioiello, un orologio da taschino chiuso, che evidentemente segnerà un’ora reale e fa anche da contraltare alla putrescenza fisica della deformità della materia.

Lo Sposalizio della VergineDetto questo, lettori miei, vi vorrei invitare a riflettere ancora un momento.

Quando noi percepiamo qualcosa in modo diverso, vedi il tempo come ce lo ha suggerito Dalí, o qualche altro aspetto della realtà a cui prima non avevamo fatto caso, ciò non vuol dire che quella è una cosa nuova, è nuovo, invece, il punto di vista da cui le cose sono guardate, perché il mondo e tutto ciò che sta nel mondo sono stati sempre uguali e sempre saranno uguali, muta solo la “qualità” del nostro sguardo, come vi ho accennato sopra. Vi faccio ancora un esempio semplice semplice. Avete presente un qualche quadro di Giotto? Se lo osservate bene, vi accorgerete immediatamente che la prospettiva, di cui si serve quel genio, non è la scientifica ma la intuitiva, ottenuta rendendo più grandi le immagini vicine e rimpicciolendo quelle lontane.

Raffaello - SpozalizioInvece, se guardate Sposalizio della Vergine di Raffaello, vi salta evidente all’occhio che tutte le linee concorrono verso un unico punto di fuga che si trova al centro dell’edificio alle spalle della scena, in quella porta aperta da cui si intravede una piccola parte di paesaggio. Che cosa è cambiato tra Giotto e Raffaello? Certamente lo sguardo, il punto di vista.

Infatti, colui che osserva il quadro di Raffaello è posto in una posizione privilegiata, al di fuori della scena e tale rimarrà per secoli fino a quando un movimento pittorico molto importante chiamato “cubismo” non mescolerà le carte e manderà a gambe all’aria la prospettiva rinascimentale, in favore di una molteplicità di prospettive, viste tutte contemporaneamente e contemporaneamente riportate sulla tela.

In altre parole, i pittori cubisti “vedono” un bicchiere simultaneamente, poniamo dal dietro, di lato, di sopra, di sotto e così via e, poiché girano attorno all’oggetto, ci danno la sensazione di avere introdotto nel quadro una quarta dimensione: il tempo, laddove i futuristi introdurranno il movimento.

E comunque la mettiamo, quando cambia lo sguardo sul mondo, gli artisti si assumono il compito di rappresentare visivamente il mutamento di prospettiva nell’osservare il medesimo mondo. Ma, sempre ciascuno a suo modo così come noi quando osserviamo l’opera.

Fabbrica di mattoni a Tortosa di Pablo PicassoNon per nulla Umberto Eco ci parlò di “opera aperta”, a cui rispose poi con un testo molto complesso Cesare Brandi (mio indimenticabile professore di Storia dell’arte all’Università di Palermo) in cui sosteneva che, se è vero che l’opera è soggetta a diverse interpretazioni, è pur vero che uno scrittore come Dante può indirizzare il lettore verso una lettura e quindi verso uno sguardo, che non può andare oltre quello che ha stabilito l’autore, vedi la Divina Commedia.

Ma, mia lettrice e mio lettore, non è finita qui.

Gli artisti, i veri, hanno sempre il cervello “in perenne esercizio”, per cui ci chiediamo: “e oggi qual è la situazione?”

Oggi, miei cari, regna il caos più completo, chi vuole la prospettiva e chi non la vuole, chi dice che siamo tutti artisti, anch’io e voi uno per uno, chi dice che tutta l’arte sta nel concetto, insomma, a dir la verità, il parapiglia non fa difetto in nessun momento. Aggiungete ora anche l’AI.

Volete sapere cosa pensa uno dei nostri filosofi più importanti, un certo Umberto Galimberti in “Parole nomadi”?

Alla voce “Visione” dice: “Oggi la videoarte registrando in tempo reale azioni, performance ed eventi, dislocando in uno stesso spazio ambientale diverse strutture-video, combinando dispositivi eterogenei, come diapositive, film, immagini plastiche, oggetti, coniugando produzioni o riprese televisive con altre tecniche o linguaggi, toglie all’uomo (il grassetto è mio) il suo punto di vista sollecitandolo a una dis-locazione radicale rispetto al luogo che, dall’epoca umanistica, s’era dato”, che è poi la prospettiva scientifica, di cui abbiamo detto e che non vale più.”

E cosa dire dell’odierna “intelligenza artificiale”.Umberto Boccioni

Personalmente non so come funziona, ma una domanda mi resta sulla punta della lingua: l’intelligenza artificiale è in grado di avere uno “sguardo nuovo” sulla realtà come fecero gli impressionisti, i cubisti, i futuristi ecc. ecc.? O dobbiamo sempre attendere che un artista metta in moto la sua di intelligenza, per “vedere” con sguardo nuovo la realtà che stiamo vivendo?

Io non so se voi siete d’accordo con quanto detto sopra, spero abbiate un vostro punto di vista e vogliate comunicarmelo per discuterlo. 
  Da parte mia, penso che le neotecnologie ci propongono, oggi, una nozione di arte assolutamente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, ove non esisterà più il concetto di originalità dell’opera in quanto sarà sempre riproducibile, ma non esisterà più neanche il concetto di soggettività dell’opera in quanto manufatto prodotto da un soggetto.

Quello che esisterà, in relazione a quanto ha detto Galimberti, sarà un concetto condiviso attorno a cui lavoreranno più soggetti specializzati in questo o quel settore della tecnologia e insieme, tramite un’intelligenza collettiva, ci daranno un’opera.

Ma essa avrà uno stile nuovo? Esisterà ancora la nozione di stile?

Se Dalì vivesse nella contemporaneità come reinterpreterebbe l’opera: “Orologi molli?”

Esiste oggi un filosofo capace di interpretare il nostro tempo e darcene una visione d’insieme come fecero i filosofi del passato?

Oggi si dice che la lingua della comunicazione è la lingua inglese, che non è adatta al linguaggio filosofico. Sembra un paradosso, perché le lingue non nascono una volta per tutte ma si evolvono. E noi speriamo in questa… evoluzione. Fino a quando l’attesa?

A voi miei lettori la risposta al dilemma.

Lidia Pizzo